Alla ricerca della plastica perduta nei mari

Alla ricerca della plastica perduta nei mari (con un colorante) Un metodo semplice ed economico sviluppato da un'Università britannica permette di rintracciare le microplastiche invisibili fluttuanti negli oceani, e di sbarazzarsene più facilmente.

Passate ricerche scientifiche hanno stabilito che il 99% della plastica entrata nei mari è in un certo senso "sparita": di visibile c'è solo l'1%, mentre del resto abbiamo perso le tracce. In effetti la microplastica, cioè l'insieme di materiale polimerico di 1 mm o meno di spessore, è praticamente impossibile da individuare, ed è talmente diffusa che è riuscita ad entrare nel ciclo dell'acqua (fino ai rubinetti di casa) e nella dieta dei coralli, che ne ingeriscono micro-frammenti.

 

I ricercatori dell'Università di Warwick, Inghilterra, hanno pensato di utilizzare il rosso nilo, un colorante usato in microscopia, per localizzare fibre di plastica dello spessore di 20 micrometri: la larghezza di un capello umano o di una fibra di lana. Il colorante si lega alle particelle di plastica e balza subito all'occhio sotto al microscopio a fluorescenza: è così possibile individuare microframmenti che prima sarebbero passati inosservati.

Per esclusione. Unito all'acido nitrico, che digerisce tutti i frammenti di origine organica, il colore fluo è riuscito a evidenziare soltanto le particelle di plastica, sia in un campione di acqua marina superficiale, sia in una manciata di sabbia prelevata da una spiaggia inglese.

 

I soliti noti. Dato interessante, la maggior parte dei microframmenti localizzati è risultata essere polipropilene, un polimero utilizzato nel packaging di alimenti e nei contenitori del cibo: un'ulteriore prova delle ricadute delle nostre abitudini di consumo.

 

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